La Storia della Festa

La prima edizione della "Fiera del vino" fu organizzata il lunedì di Pasqua dell'anno 1970, dal "Comitato organizzatore festa del vino D.O.C. di Selva", ed ha avuto sede in frazione Selva del Comune di Montebello dove tutt'ora si svolge.

La Sylva, feudo secolare dei Maltraversi e dei cittadini di Vicenza, si affaccia alla storia solo alla fine del Medioevo quando alcune famiglie si insediarono sui “mansi” collinari e si incominciò a “roncare la silva infructuosa” improduttiva, che si stendeva profonda per tutta la pianura, destinandola a prato e a grano.
Sul Monte, fino al maso dei marchesi Malaspina (che ha conservato l’antico toponimo), forse dei contadini-boscaioli cimbri scesi dalle valli hanno dissodato le rive boscose e dopo un lungo e continuo “svegramento” hanno fatto nascere intorno alle contrà (appunto i masi) le prime colture di biade e di viti; a differenza della pianura, dove le pergole erano sostenute dagli aceri campestri (gli antani) e delimitavano i campi seminati a biade e a ségala (Brusegala, brusa segala), sulla collina predominava la vite “schiava”, un vitigno sostenuto da un palo secco, che produceva un vino bianco e dolce, molto diffuso sui Lessini orientali ed in particolare sulla “Costa maxima” occidentale, a Selva e a Gambellara (1311 – feudi dei da Sarego e dei signori della Scala).
Oltre ai poderi “cum vitibus sclavis” tipici di queste colline, documentati dai feudi dell’episcopato vicentino, dalla caduta di Ezzelino III fino al dominio veneziano (1404), in molte località si poteva notare la presenza anche delle viti “nostrane” e perfino delle vernacce; ma dopo le terribili pestilenze del sec. XV molti terreni “montuosi” vennero abbandonati e i rovi ed il bosco invasero e soffocarono i famosi vigneti delle Coste e del monte, rimpianti negli strumenti notarili dell’epoca con un sospiro struggente e nostalgico: “olim cum vitibus sclavis!” Sti’ani invece …
La rinascita della viticoltura fu segnata dalla crescita demografica e da condizioni politiche e sociali più sicure, che favorirono il recupero delle terre improduttive e paludose del piano e del monte attuato con un nuovo “disvegramento” cioè con il riscatto dei terreni sterili e boscati destinandoli ad un nuovo vitigno, già celebre e diffuso nel Trecento nel bolognese e sugli Euganei: la vite garganega.
Ne parlano diffusamente i trattatisti e gli agronomi del tempo; la coltivazione viene disciplinata dagli statuti rurali vicentini, viene ben documentata la sua presenza nel feudo dei Da Sarego sul monte di Mezzo gambellarese (1428) e sui poderi del notaio Pioxello estesi sulle Taibane e sulla Guarda; nella località dei “Creari”, un pianoro collinare che comprendeva parte del territorio di Selva, di Sorio e di Gambellara vicentina si allungava la contrà della pianura denominata “le Garganeghe”, da sempre ingentilita dal celebre vitigno, qui splendido e fiorente già nel primo Cinquecento.
La vite garganega viene pure attestata alla “Caldeira … nei mansi-masi” della Selva dai primordi del serenissimo Dominio ed il vino bianco garganego o l’uva venivano richiesti come grazioso omaggio dai proprietari cittadini che affittavano le loro terre ai selvesi; e “cinque mastelli di uve bianche schiave e garganeghe mostate” pretendevano gli eredi di Saraceno Sangiovanni quando affittarono nel 1486 una loro possessione di una dozzina di campi a due fratelli di Selva, che si trovava presso la contrà del Malcanton (appena sotto la Caldiera) e lo stesso richiedevano gli Scarioti di Faenza di essere ripagati per onoranza con sei ceste di uva garganega.
Nel 1524 un tal Silvestro Maule e nipoti sottoscrissero un contratto d’affitto per lavorare dodici campi da dissodare, posti nella contrà Ancii al confine di Sorio versando di fitto mezza botte (hl. 5,7) di mosto “garganico, un capretto a Pasqua e una baceda d’olio a Natale”.

Da queste date le testimonianze della presenza e della diffusione delle garganeghe nel territorio si moltiplicano e si saldano con quelle della vicina Gambellara.
Nei secoli successivi il successo del vitigno fu imponente ed incontestabile; i vigneti della garganega “gentile” superarono per qualità e quantità ogni altra tipologia di vite, tanto da convincere le autorità municipali ad emanare delle regole speciali negli statuti rurali (in quello di Montebello nel 1546, di Sorio nel 1610, e in quello coevo di Gambellara Vicentina) dettando: “Mai in alcun tempo non possino le bestie pascolare dove vi siano viti schiave et garganeghe” e lo stesso divieto singolare e unico vigeva per le clausure (cioè i vigneti recintati da siepi spinose).
Una schiera di agronomi e di accademici non cessò mai di raccomandare ai viticoltori veneti di imitare quelli di Gambellara e di Selva, che facevano crescere un solo e superbo vitigno, appunto di garganega, sui loro monti e producevano un vino bianco e puro d’eccellenza (da convincere qualche pio testatore locale a farlo distribuire sulla porta della chiesa durante il proprio funerale “in remissione dei peccati”).
Dopo le calamità della peste (1630) e delle prime infezioni delle viti (l’oidio, la peronospora, la fillossera) anche le nostre garganeghe furono vicino al tracollo, tanto che molti contadini disperati emigrarono oltreoceano; nel primo Novecento, con un colpo d’orgoglio, i nostri viticoltori ricostruirono i loro vigneti percossi mortalmente dalla fillossera e i vigneti di garganeghe tornarono a rifiorire anche sui colli della Selva e di S. Nicolò. Nel frattempo la comunità raggiunse, non senza aspri contrasti, la piena autonomia separandosi dalla chiesa matrice di Agugliana; con le generose offerte di vino, di uova e di bozzoli in pochi anni si dotò di chiesa, di scuole, del campanile e del cimitero, felice della conquistata identità di parrocchia (1939).
Il parroco don Giacomo, annotò nel lungo diario della sua permanenza a Selva la nascita ed il successo delle feste del vino, analizzando le trasformazioni sociali della parrocchia nel corso di quasi mezzo secolo: dalle viti garganeghe risorte, alla crisi dei gelsi e dei broccoli fino alla modernizzazione del paese dopo gli anni duri dell’emigrazione e delle guerre.
Risale alla fine di marzo del 1970 la celebrazione della prima festa del vino e fu un successo inaspettato; nell’aprile del ’71 venne riproposta la festa con la stessa formula (chioschi, cuccagna e pesca…), ma fu turbata da qualche polemica; continuò con cadenza annuale, anche se la popolazione era scesa di molto in pochi anni ed ebbe grande risalto e partecipazione la III del 1972; la IV del ’73 confermò buoni risultati e così di seguito, fino ad oggi.
Quando si placarono le resistenze provocate dalla separazione di Selva da Agugliana, il vescovo mons. F. Rodolfi salì in visita privata a S. Nicolò; passeggiò per le contrà, si complimentò per i lavori di restauro appena conclusi e accompagnato dal suono delle campane delle due chiese entrò in canonica: gli fecero assaggiare il vin Santo della prebenda, e fu contento di poter suggellare con il vino più famoso dei nostri colli la pace raggiunta dalle due comunità.

(Notizie tratte dal libro recente di Luigi Zonin: Se il vino è pane … Garganeghe e contadini nella storia di Gambellara e dintorni, 2013)